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Quando sono i giovani a non volere la meritocrazia
Categories: Teatro e politica

Quando sono i giovani a non volere la meritocrazia

Valorizzare i talenti, premiare i meriti: queste espressioni ricorrono sempre più spesso nel dibattito pubblico e sembrano raccogliere ampio consenso all’ interno della classe dirigente italiana, anche nel centrosinistra. Il discorso sulla meritocrazia si accompagna alla denuncia delle chiusure corporative, del clientelismo, del familismo. E propone riforme più o meno ambiziose volte a sbloccare economia e società, facendo largo a quelli che la nostra Costituzione chiama «i capaci e i meritevoli». Quanto condiviso è questo nuovo discorso da parte dell’ opinione pubblica? Solo parzialmente. Le inchieste segnalano che gli italiani sono d’ accordo sulla diagnosi (l’ Italia «bloccata») ma tendono a dividersi sulla terapia. Il riconoscimento dei meriti è considerato come fattore «molto importante per il funzionamento della società» da una metà scarsa di cittadini: una percentuale più bassa di quella dei Paesi con cui ci confrontiamo (dati del World Value Survey). In un recente sondaggio commissionato da «libertàEGUALE» più di un terzo degli intervistati (il 44% fra i giovani) ha dichiarato che «lavorare meglio degli altri» non giustifica aumenti di stipendio: se un’ impresa vuole premiare i propri lavoratori, dovrebbe dare aumenti uguali a tutti (magari favorendo chi ha più bisogno). Per varare delle riforme in direzione meritocratica non è indispensabile il consenso di tutti gli elettori. È però difficile incidere davvero sui meccanismi di mobilità e stratificazione sociale senza un largo retroterra di condivisione culturale, soprattutto fra le giovani generazioni. Come irrobustire questo retroterra, favorendo l’ accettazione del merito come criterio di selezione? La cultura meritocratica poggia su due assunti. Primo: gli individui sono responsabili di come usano risorse e opportunità. L’ impegno, lo sforzo, l’ intraprendenza (e così via) sono frutto di una scelta personale, che influenza in modo riconoscibile il nostro rendimento, ad esempio quello scolastico o lavorativo. Certo, ognuno subisce anche il condizionamento di elementi su cui non può esercitare controllo. Una società equa deve sforzarsi di mitigare gli effetti di questi fattori (come ha spiegato bene Elena Granaglia sull’ Unità del 27 maggio). Se però non si accetta il principio della responsabilità individuale, il discorso sul merito non può neppure cominciare: vi è un difetto di comprensione, prima ancora che di condivisione culturale. Il secondo assunto riguarda procedure e incentivi. In una cultura meritocratica si dà per scontato che la componente «meritevole» del rendimento possa essere colta e riconosciuta in quanto tale, nonché misurata e valutata per quello che conta (almeno attraverso prove ed errori, con tutti i limiti e i difetti del mondo reale). Se non si è convinti di questa possibilità, non ha senso invocare riforme meritocratiche. Ma quali sono i criteri e le procedure eque per valutare il merito? Questo è il punto chiave per una società come quella italiana. Senza risposte convincenti a tale domanda si fanno solo discorsi retorici. Nella pratica continuano infatti a operare i tradizionali meccanismi di selezione clientelare, familistica, corporativa. La base di condivisione culturale («è giusto selezionare capaci e meritevoli») non si forma o non si allarga. L’ egualitarismo può anzi diventare una strategia di difesa contro il predominio del particolarismo: la diffidenza antimeritocratica di molti giovani italiani si spiega anche così. Se il nuovo discorso su meriti e talenti vuole vincere la battaglia della legittimazione, la nostra classe dirigente deve dare segnali forti sul fronte dei criteri e delle procedure di valutazione. La scuola, l’ università e la pubblica amministrazione sono i banchi di prova più ovvi e sono anche quelli in cui i Paesi a tradizione liberale hanno già individuato e sperimentato sistemi efficaci di riconoscimento del merito (e del demerito). Non c’ è bisogno di un big bang. Meglio puntare su un ventaglio di iniziative emblematiche, soprattutto rivolte ai giovani. Per convincerli che esiste una strada diversa dalla selezione clientelare o dal livellamento senza selezione. E che si tratta della strada «giusta».

Ferrera Maurizio

Pagina 30
(10 giugno 2007) – Corriere della Sera

 

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